Giulio Tremonti



Rassegna Stampa

- Corriere della Sera

Il governo tecnico a rischio spread

Corriere della sera, "Il governo tecnico a rischio spread. La finanza non conti più degli Stati", 12.04.2012.

Caro direttore, per un governo di tipo tecnico come il nostro c' è tra gli altri il rischio specifico di un declino a sua volta «tecnico». Il rischio che la fiducia a questo particolare tipo di governo, chiesta dal «mercato», fatta per il «mercato», infine ottenuta dal «mercato», venga poi ritirata, più che dagli elettori, dal «mercato» stesso, facendo così venire meno la sua stessa fondante ragion d' essere. Per capire cosa è successo e cosa sta succedendo in Italia, ed all' Italia, e per tentare di evitarlo, può essere utile un bilancio dei primi «100 giorni» di governo. Un bilancio scritto senza pregiudizi, ma anche senza il fumo dell' incenso (un tipo di fumo questo che è particolarmente dannoso per i governanti). Per cominciare, la triste danza degli spread. Nel triennio che va dal maggio del 2008 al maggio del 2011 lo spread dei titoli italiani sui titoli tedeschi è stato costantemente, a ragione e non per caso fortuito, pari a circa 113 punti base. Poi è iniziata una fase politica diciamo così convulsa. Per quanto mi riguarda, mi riconosco in quanto il 14 luglio 2011 ha scritto sul Corriere il professor Monti: «È essenziale insistere sulla linea della disciplina fiscale, che il ministro Tremonti sta perseguendo con determinazione e se mai assicurarsi che essa venga rafforzata nell' esecuzione». Purtroppo non è stato così ed il primo abbassamento di rating l' Italia lo ha ricevuto proprio per «political slippage», per confusione di linea politica. È così che a partire da giugno lo spread italiano inizia a salire per arrivare (non solo per moto proprio...) a 525 punti base. È questa la ragione dell' allarme che in novembre ci ha portato al governo tecnico. Ciò che tuttavia non si nota è che in questi mesi gli spread del governo tecnico sono stati a loro volta mediamente pari a 400 punti base e con un andamento drammatico scandito in quattro fasi (www. Corriere.it/economia):

  • scendono da 525 a 360 punti base, con l' insediamento governo Monti (17 novembre 2011);
  • risalgono nuovamente da 360 a 525 (!) punti base subito dopo, pur in presenza del Decreto cosiddetto salva Italia (6 dicembre 2011), e restano a questo livello fino ai primi di gennaio del 2012;
  • scendono poi di nuovo fino a 300 punti base, principalmente per effetto della iniezione di liquidità (1 trilione di euro) operata ad inizio 2012 dalla Banca Centrale Europea;
  • stanno ora nuovamente violentemente risalendo, verso i 400 punti base.

Quello che ora sta succedendo ha due cause essenziali. L' iniezione di liquidità, l' estensione all' Eurozona del cosiddetto «Decreto Sindona», più nobilmente analoga a quella fatta dalla Fed Usa nel 1928 (... ma poi è appunto venuto il 1929!), è congiunturale e non strutturale, agisce a valle sugli effetti e non a monte sulle cause, scambia la malattia con la medicina, come curare un alcolizzato con l' alcol. Sta poi emergendo il reale profilo della manovra governativa, per molti versi positiva, per le sue intenzioni e per la sua iniziale tecnica di comunicazione, ma nella realtà paradossalmente insufficiente, insieme per eccesso e per difetto, tanto dal lato del bilancio pubblico quanto dal lato della crescita. In novembre erano in Parlamento due disegni di legge delega: una fiscale, una assistenziale. Godendo di enorme fiducia interna ed esterna, il nuovo governo avrebbe potuto farli propri, così agendo da subito e con efficacia tanto dal lato della tassazione, quanto dal lato della spesa pubblica. È quanto allora mi sono permesso di suggerire. Non è stato così. L' intervento sulle pensioni ha stretto con violenza i bulloni di una macchina già ben disegnata ed apprezzata in Europa. Farà bene (in futuro) al bilancio pubblico, ma fa poco ora come risparmio di spesa, e poco per la crescita, perché costringe al lavoro coorti di persone con crescenti problemi sanitari, dato che speranza di vita e salute non possono essere allineate per legge e di colpo, ma gradualmente e fisiologicamente (come era prima). L' intervento sulle tasse è stato, è e sarà eccessivo, regressivo e recessivo. Una cascata di tasse che nulla esclude, andando dal risparmio alla benzina, dalle addizionali alla casa e che avrà termine (letale) con l' inevitabile aumento dell' Iva, ora previsto addirittura per legge dal Decreto salva Italia. Divenuta legge nel settembre del 2011, la spending review è infatti ormai divenuta solo una astrazione materializzata da un nome. Nel corso del 2011 la mancata crescita era con garbo descritta usando i versi di Leopardi: «Il naufragar m' è dolce in questo mare». Tuttavia, in Leopardi c' è anche la figura del «venditore di almanacchi». Dove sono gli almanacchi della crescita? Privatizzazioni? Zero. Liberalizzazioni? ... omissis. Per i taxi, per esempio, si prevede una nuova Autorità e, in caso di Comune inadempiente, si fa ricorso al Tar del Lazio! All' opposto la burocrazia resta soffocante, quando non è crescente. Le semplificazioni sono geroglifici giuridici. L' art. 18, inteso nel linguaggio Bce-Banca d' Italia come potere di «dismissal» del lavoratore, un potere costruito e presentato all' estero e qui venerato come l' universale totem della crescita, proprio all' estero e dall' estero si è trasformato in un boomerang letale, rivolto contro un governo che con dolce leopardiana fermezza sta cedendo proprio sul terreno che lui stesso ha scelto. L' incantesimo è terminato: spread e costo del debito stanno di colpo tornando a salire e, per ragioni interne ed esterne, è improbabile che scendano. Con non marginali problemi politici: nei sondaggi si può dire di accettare i sacrifici, per avere stabilità; ma nei portafogli e nel voto è difficile sopportare sacrifici, senza avere stabilità. Si può comunque fare qualcosa subito: ad esempio stimolare la domanda, mettendo il Tfr nella busta paga dei lavoratori, compensando le imprese con una pari quantità di liquidità, via Inps e Cassa Depositi e Prestiti. Soprattutto si deve cominciare a pensare che in Europa deve cambiare il paradigma: non bastano le photo opportunity e le firme in calce a documenti teorici; non si possono più sopportare i diktat dei prepotenti. Non solo. Si devono finanziare le opere pubbliche con gli eurobond e si deve porre termine allo strapotere della finanza: dividere tra banche produttive, che raccolgono i risparmi dei privati per finanziare imprese, famiglie, comunità, e banche speculative, attive nella bisca finanziaria. Queste, se vogliono, devono rischiare in proprio e non come finora con i soldi pubblici, cioè con i soldi nostri. Infine vietare la follia dei contratti derivati speculativi. Mi è stato chiesto: oltre a scriverlo, perché non lo hai fatto tu, quando eri al governo? Pur avendolo capito, non è riuscito a farlo neppure il presidente Obama. Ma ora, con la diffusione della crisi tra strati sempre più vasti della popolazione sta cambiando il clima. Il paradigma va rovesciato: non siamo noi che dobbiamo ispirare fiducia al mercato, ma è il mercato che deve ispirare la nostra fiducia e può essere così solo se gli Stati e i popoli avranno una visione superiore, comunitaria e sociale, così da tornare a contare più della finanza.

Ex ministro dell' Economia, deputato Pdl