Giulio Tremonti



Rassegna Stampa

- Il Sole 24 Ore

La cura anti-crisi non è l'inflazione

Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, è uno dei medici che, al capezzale del malato-mondo, si consulta quotidianamente con i colleghi dell'Europa, del G-8 e del G-20 sul decorso della crisi globale. «Siamo ancora nella fase dell'impatto – è la diagnosi che formula con i colleghi – del pronto soccorso. I governi per ora devono occuparsi della tenuta di sistema. Poi verrà la fase due, quella della riabilitazione, delle riforme. Ma adesso l'emergenza è ancora in atto. Crisi deriva dal greco crisis, parola che vuol dire discontinuità e, quanto all'Europa, ha un impatto sul cuore ideologico del Vecchio Continente, che è il concetto stesso di mercato».

Qual è la lezione del caso Fiat-Opel?
Parto dall'origine. L'Unione europea è stata basata su due trattati-pilastro: il Trattato di Roma e il Trattato Euratom. Il cemento con cui è stato costruito il primo pilastro è stato ed è il mercato. Il mercato unico ha funzionato in modo straordinario e ha portato alla moneta unica. Il cemento con cui avrebbe dovuto essere costruito il secondo pilastro era l'intervento pubblico: un'industria come quella dell'energia non poteva essere sviluppata se non con la mano pubblica e su scala sovranazionale. A differenza del primo, il secondo pilastro è rimasto sulla carta.

Dunque è rimasto solo il mercato come unica grande soluzione per i rapporti tra politica ed economia?
La filosofia politica originaria dell'Unione espressa nei due trattati non era dominata dall'ideologia del "mercato". Il secondo trattato avrebbe dovuto essere totalmente pubblico; ma è rimasto solo il primo trattato e, dentro questo, è stata la storia successiva a spostare l'asse dell'equilibrio tra pubblico e privato sul quadrante esclusivo del privato, del mercato. Eppure anche nel Trattato di Roma c'erano – e a ben vedere ci sono ancora – spazi per forme di "politica industriale" nazionale e sovranazionale, per forme di politica "colbertiana". Sono tuttavia spazi che negli ultimi 10-15 anni si sono progressivamente chiusi. La dialettica sugli aiuti di Stato – dialettica tra divieto e permesso – si è progressivamente sviluppata nel senso del divieto. Divieto generale, sistemico: il mercato doveva essere posto al riparo dallo Stato in tutti i settori industriali. Ancora pochi mesi fa, alla domanda che ho fatto in Eurogruppo se l'intervento operato dal Governo inglese sulla banca Northern Rock fosse vietato o permesso la risposta fu: vietato.

Poi le cose, come dimostrano anche le Lezioni sul futuro pubblicate sul Sole 24 Ore, sono cambiate.
È intervenuta la dura legge della storia: il vertice di Parigi dell'ottobre scorso, il G-20 di Washington, il vertice di Berlino e il G-20 di Londra. È cambiato tutto in tema di aiuti di Stato a partire dagli interventi sull'industria bancaria che è stata largamente nazionalizzata sul presupposto della sua rilevanza sistemica e strategica.

Ma ora sono in gioco anche interessi industriali.
L'intervento pubblico si sta spostando dall'industria bancaria all'industria-industria. Dallo stato di necessità sistemica, tipico dell'intervento sull'industria bancaria, si sta passando a una logica di opportunità politica spinta fino agli interventi di merito sul ridisegno strategico di riorganizzazione industriale. Anche solo qualche mese fa si sarebbe levato altissimo il coro dei divieti ispirato dall'ideologia del mercato. Appunto, che fine ha fatto il mercato? C'è una certa differenza tra la necessità degli interventi sulle banche e l'opportunità degli interventi sull'industria: i primi sono motivati da una logica di sistema (senza le banche il sistema crolla), i secondi si sviluppano in una logica meno assoluta, più influenzata da meccaniche di politica pura. È chiaro che il passaggio dalla necessità assoluta all'opportunità marca un ruolo diverso dei governi. Non formulo valutazioni di merito, non dico che è giusto o sbagliato, mi limito a notare l'emergere progressivo di una politica nuova.

Dunque della politica, e il caso Fiat-Opel lo insegna.
La meccanica e la tempistica degli interventi dei governi sono influenzati dalle proiezioni di potere e di prestigio, a volte addirittura dai calendari elettorali. Ripeto: non formulo valutazioni di merito, mi limito a notare che i governi sono scesi dalla tribuna, sono entrati in campo e si sono messi a giocare anche loro e a fare partite diverse. Ad oggi si contano almeno 10 governi in campo. Non dico che è giusto o sbagliato, è troppo presto per valutare la partita industriale in atto, ma è già tempo per guardare al futuro dell'Europa. Quo vadis Europa? Per effetto della crisi – e dopo la crisi – l'intero assetto della Ue, un tempo basato sulla uniforme dottrina dogmatica, salvifica e unificante del mercato, sarà diverso per effetto dei massicci aiuti e interventi di Stato operati dall'autunno del 2008 e la formula politica nuova non potrà essere trovata nel meccanico, automatico ritorno a come era prima. Eppure dovrà essere di nuovo trovata, sopra queste discontinuità, una nuova unità europea in idee e strumenti comuni nuovi che diano corpo a politiche comuni dei governi, non più solo nazionali ma veramente europee. La formula unitaria dell'Europa non potrà più essere costituita solo dal mercato ma anche dalla politica. Politica non più basata solo sulla necessità, solo sull'opportunità, solo sulla casualità. Un'occasione potrà essere, per esempio, quel ritorno al secondo pilastro (quello che manca), all'energia, naturalmente alle forme nuove dell'energia, alla ricerca.

Sta pensando all'idea degli eurobond come mezzo per finanziare i grandi progetti europei?
Sì l'idea degli eurobond non è un'idea finanziaria, è un'idea politica e ad alto valore simbolico. Non è un caso se gli Stati Uniti d'America iniziano la loro storia con il Tesoro di Alexander Hamilton. Per essere chiari, per l'Europa, la strategia di uscita dalla crisi non potrà essere basata sul solo mercato o su interventi pubblici più o meno coordinati, ma comunque nazionali. "Crisis", opportunità: la crisi può essere un'opportunità per fare progredire l'Europa e non solo in senso economico ma anche in senso politico.

C'è già un esperimento di finanziamenti europei per infrastrutture: l'azione comune della Cassa depositi e prestiti italiana con le "gemelle" di Francia e Germania.
È un test di laboratorio: ha preso forma a Nizza quando su proposta italiana fu costituito il fondo Marguerite che unisce in rete la Cdp, la Caisse des depot e la Kfw tedesca. È qualcosa che nel tempo potrà dimostrare in nuce la validità degli eurobond.

Tuttavia mobilita poco più di un miliardo di euro.
È un esperimento, non ha la simbologia politica che certo avrebbe una scelta sistemica sui bond europei. Ma è utile lo stesso.

Oggi il governatore della Banca d'Italia, con molta probabilità, inviterà i governi a puntare tutto sulla crescita e sulle riforme.
Come c'è la divisione dei poteri nella Costituzione, così c'è e deve esserci la divisione dei ruoli tra governo e autorità tecniche. In questi ultimi anni l'azione di Banca d'Italia è stata ineccepibile. La sovranità appartiene al popolo e, nel bene o nel male, la responsabilità politica è del governo che risponde al popolo. La politica economica la fa il governo ed è giusto che sia così. L'esecutivo è responsabile se organizza le sue decisioni sulla base di tutti i materiali tecnici che vengono prodotti. Come non è responsabile se li ignora, così non è responsabile se non li elabora, come deve fare, in forma non solo tecnica ma anche politica, rispondendo al giudizio che il popolo esprime in sede elettorale.

L'Italia punta molto per il prossimo G-8 sui nuovi «global legal standard» per dare regole ai mercati finanziari. A cosa pensa?
In politica non c'è copyright, non c'è l'ufficio brevetti. E comunque nel mondo c'era già, e crescente, la domanda di regole per l'economia. E tuttavia: gennaio 2008, Parigi, seminario con Sarkozy, Merkel e Blair. Nel mio intervento ho detto che, come il '900 è stato basato sulla regola del gold standard, così questo secolo doveva essere basato su di un legal global standard. Da allora il legal global standard è diventata un'«icona politica». Il governo tedesco sta definendo una sua Carta, l'Ocse sta lavorando. Il nostro impegno è tanto culturale quanto politico e può integrare la stessa Carta di Berlino.

Quali saranno le nuove regole?
A questa altezza di tempo posso solo dire che per noi le regole non saranno da limitare alla finanza, ma da estendere all'economia nel suo insieme, alle giurisdizioni, alle proprietà, alla trasparenza, ai segreti. Le regole non possono essere solo tecniche, ma devono poggiare su basi etiche.

Quando lei parla di etica, c'è subito chi le ribatte che torna lo Stato etico. Come risponde?
Intendo che le regole non sono solo tecniche – un caso in cui l'aggettivo rischia di cancellare il sostantivo – ma politiche e proprio per questo è un esercizio molto difficile. Non si tratta di criteri contabili, di ratios finanziari o di best practices. È una sfida di principio sui principi. È difficile ma non per questo meno necessaria.

Ma il Financial stability board non serve a questo?
Il Fsb è una struttura tecnica che definisce regole tecniche in rapporto non di opposizione ma di complementarietà con una più ampia tavola di regole. Una tavola che, se non sarà fatta quest'anno, dovrà comunque essere fatta in futuro perchè l'unica possibile base di fiducia e per evitare che la fine di questa crisi sia solo la preparazione della prossima.

La lotta ai paradisi fiscali. Qual è la capacità sanzionatoria effettiva?
Il problema dei paradisi non è tanto fiscale quanto legale. Nei paradisi il regime fiscale è un "collaterale" – naturalmente molto apprezzato – rispetto a un "principale" che è quello di poter usare giurisdizioni che hanno la forma ma non la sostanza delle giurisdizioni, dove i ratios sul debito hanno rapporti pari alle probabilità di vincita nei casinò, dove puoi "incorporare" in un veicolo non societario tutto quello che ti pare, dove la atipicità dei contratti e degli strumenti è la regola e non l'eccezione, dove i tempi di approvazione sono istantanei e i controlli nulli. Su questi, lo stop imposto dal G-20 di Londra è stato molto forte. Si è marcato in particolare il "game over" sul segreto bancario.

La partita, però, è ancora aperta.
Soprattutto in Europa. L'Europa con la Direttiva risparmio ha introdotto l'«euroritenuta» come corrispettivo per la legalizzazione del segreto bancario. In sostanza la Ue ha scambiato il segreto bancario per un piatto di "zuppa svizzera". Quello di «eurotitenuta» è un regime transitorio ma per modificarlo serve l'unanimità. E dunque il consenso dei paesi che lo comprendono come principio di diritto. All'opposto per i paesi che soffrono per l'evasione fiscale l'offerta di un rifugio comodo e sicuro per i denari sottratti al fisco è in sè un incentivo all'evasione fiscale, un pezzo essenziale del meccanismo di convenienza a evadere.

Lo scudo fiscale. Si farà?
Non esiste uno strumento europeo, così come non esiste un divieto europeo. La Commissione è stata molto chiara nel riaffermare il principio della sovranità fiscale autonoma degli stati, ponendo solo il principio della non distorsione del mercato europeo. Dopo il G-20 di Londra il laboratorio si è aperto in tutto il mondo. L'Ocse sta facendo analisi molto accurate e noi stiamo seguendo queste tracce. Può essere che alcuni materiali siano presentati al G8 di Lecce.

Le banche e i Tremonti bond. Il cavallo (le banche) non beve o beve a fatica.
Primo: non sono Tremonti bond. Sono uno strumento europeo che è applicato in altri paesi Ue. Sono uno strumento di patrimonio e non di debito e se un banchiere nota che costa troppo rispetto al debito, significa che non vuole capire o che cerca argomenti per non applicare lo strumento.

Tra le banche aumenta la raccolta, ma non gli impieghi. La liquidità ancora non arriva alle imprese.
Se aumenta la raccolta e non aumentano gli impieghi può essere che non ci sia domanda di credito ma può anche essere che le banche preferiscono investimenti di tipo finanziario. In tutte le sedi internazionali ti dicono che la liquidità immessa o in essere nel sistema finanziario (ciò che nel nostro caso è rappresentato dal risparmio) non passa ancora come dovrebbe dall'economia finanziaria all'economia reale. Un esempio: per molte delle operazioni sui collaterali con la Bce si ha l'impressione che si tratti di una circolazione un po' troppo a circuito chiuso. Per suo conto il governo ha fatto davvero la sua parte per immettere liquidità nel sistema. Sul 2009 la Cassa depositi e prestiti immette 20 miliardi, altri 4 la Sace, altri 4 vengono dall'accordo Abi-governo-Bei, in più c'è l'effetto moltiplicatore forte soprattutto per i bond banche-Tesoro dove il moltiplicatore è da uno a dieci: per 10 miliardi di bond fanno 100 miliardi di maggiore credito alle imprese. Sono cifre enormi. In più abbiamo abbattuto il vecchio stock di rimborsi Iva; abbiamo fatto una saggia politica di rateizzazione fiscale e contributiva.

Ora la discussione tra gli economisti è se l'imponente immissione di liquidità porti a un rischio-inflazione o a un'opportunità-inflazione?
In giro per il mondo l'ipotesi di fare inflazione ha un nome elegante: exit strategy. Io sono contrario all'inflazione, anche per ragioni morali e politiche. L'Europa è comunque tutta costruita contro l'inflazione. L'inflazione non è la soluzione politica positiva e non può essere una soluzione europea.

La pressione fiscale aumenta per effetto del calo del Pil. Le imprese ora chiedono la detassazione degli utili reinvestiti come misura per il rilancio.
Siamo ancora nella fase di gestione della crisi, è la fase del pronto soccorso, la fase della riabilitazione verrà subito dopo. Finora la priorità è stata la tenuta di sistema e, tuttavia, già stiamo lavorando per una fase 2, quella della spinta e delle riforme. E le faremo non sotto l'impulso degli slogan, delle denunce, dei rapporti shock ma sulla base dei dati oggettivi e discutendo prima con le parti sociali.

Le entrate fiscali soffrono, si parla di ritorno dell'evasione.
Le entrate sono in linea con le stime e con le dinamiche legate alla crisi. Evasione? Vuole una prova che no? I nostri dati al 30 aprile indicano un calo dell'Iva del 6%, in Francia lo stesso dato è del 5,9%, cioè uguale. O mi dicono che è aumentata l'evasione anche a Parigi e allora non si tratta di un fenomeno italiano, oppure – come penso – si tratta di pura polemica politica, senza alcuna evidenza. Le imposte hanno una loro "elasticità" e fare ragionamenti istantanei sul rapporto imposte-Pil è solo un modo per fabbricare polemiche.

Si aspettava che la rimodulazione dei fondi per il Sud avrebbe messo in crisi la giunta siciliana?
Credo che le ragioni siano altre e che la crisi sia in fase di superamento. Per quanto riguarda i fondi pubblici niente è stato tolto e niente sarà tolto al Meridione. La questione meridionale è la principale questione nazionale così come il federalismo fiscale è la madre di tutte le riforme. Non ha senso pensare al Meridione come somma algebrica dei programmi regionali. Il Mezzogiorno è qualcosa in più di questa somma, serve una visione strategica nazionale. Il Nord ragiona e agisce in termini di sistema: il corridoio 5, l'asse Brennero Verona e così via. È quello che finora è mancato al Meridione: tra Palazzo Chigi e Regioni è necessario uno sforzo di discussione e di costruzione in una logica di interesse nazionale sulla base di una visione strategica meridionale.