Giulio Tremonti



Rassegna Stampa

- Il Messaggero

La sinistra diventerà una forza appenninica

Per attitudine, per atteggiamento culturale e, diciamo, anche per dovere d’ufficio, Giulio Tremonti ha le antenne assai sensibili per catturare il mainstream dell’umore continentale verso l’Italia. Dunque proprio a lui si può chiedere se e quanto le polemiche più o meno gossippare e gli attacchi della stampa estera a Silvio Berlusconi - una delle frecce più acuminate della strategia elettorale del Pd - hanno davvero danneggiato l’immagine del nostro Paese.

ROMA - La risposta del ministro dell’Economia è netta: «La reputazione di un Paese si basa su alcuni parametri fondamentali. I numeri dell’Italia non ci fanno più essere una eccezione ma ci riportano saldamente nella media europea e questa raggiunta normalità della situazione italiana è di per sé un dato non ordinario. E positivo. Oltre i dati dell’economia, è considerato fondamentale il fatto che in Italia ci sia un governo stabile e credibile. Anche questo è un valore aggiunto reputato molto bene dall’estero».

E allora, ministro, chi vince e chi perde in Italia le elezioni europee e amministrative di domenica?
«Per usare una frase molto ”europea”, la democrazia è un sondaggio permanente. Ebbene i sondaggi sono a nostro favore. Ma non è solo questo. Volendo usare un altro linguaggio, è lo spirito del tempo presente, è l’aneddotica dei contatti che hai con gli elettori, è tutto che converge sull’ipotesi di un nostro successo. Di riflesso si prospetta un day after per la sinistra. Naturalmente dipende dalle soglie di sopravvivenza ma è comunque più che ragionevole l’ipotesi di un incremento del declino della sinistra. Il Pd si affanna a trasmettere l’immagine palingenetica del partito ”nuovo”, una sorta di Fenice. E tuttavia la Fenice è solo un animale mitologico. In natura puoi trovare un cavallo, un gatto, un leone; ma non trovi la Fenice. E’ così anche in politica. Con i numeri che verranno fuori dalle urne, numeri che saranno verificati con la prova del nove delle elezioni regionali del 2010, quando è possibile che il centro-destra vinca in tutto il Meridione, è fortemente ragionevole l’ipotesi che la sinistra assuma una configurazione regionale essenzialmente ”appenninica”. Che si ridefinisca in una dimensione regionale senza avere un Dna regionale, essendo quel che resta di una forza nazionale. Come un arazzo andato in frantumi. La vecchia sinistra italiana aveva una configurazione ”nazionale”; la sua struttura si estendevano in modo più o meno omogeneo sull’intero Paese nella combinazione tra masse e classi dirigente. Dove la presenza di massa era meno forte, il deficit sui grandi numeri veniva compensato dal quasi monopolio sulla cultura. Non è più così. Non ci sono più le masse operaie, e dove restano non votano più compattamente a sinistra. Quanto al blocco culturale, questo non è più unificato dall’ideologia ma frantumato nell’inseguimento della post modernità, appunto in ragione dei numeri ridotti e della calante attrazione-dominio dal punto di vista intellettuale».

Tornerò sulla situazione interna e sugli effetti del voto. Per intanto le chiedo: quale Europa uscirà fuori dalle urne? E quali cambiamenti si determineranno negli assetti di potere del vecchio continente?
«E’ evidente che sul quadrante dell’Europa, la crisi ha prodotto e sta producendo due effetti politici essenziali: lo spostamento dell’asse del potere; il primato della politica sulla tecnica. L’asse del potere si sta spostando dalla Commissione ai Consigli, e per questa via ai governi che compongono i Consigli stessi. Di riflesso, un vertice governativo viene a contare più di tutto il resto. Un esempio? Il vertice, quello di Parigi dell’autunno scorso, in cui il presidente Sarkozy, il Cancelliere Merkel e il presidente Berlusconi salvando le banche hanno evitato all’Europa e non solo all’Europa gli effetti disastrosi tipici di una guerra senza che una guerra fosse stata combattuta».

Questo per gli assetti di potere. Poi ci sono i risvolti politici...
«L’altro effetto è che sale la ”cifra” della politica. Sempre più la sede istituzionale della politica europea diventerà il Parlamento. La nuova assemblea avrà una funzione politica maggiore della precedente: probabilmente superiore a quella della stessa Commissione. Tutta la macchina della politica europea viene ridisegnata dalla crisi economica: puoi pensare che sia giusto o sbagliato, ma questa è la realtà. E’ vero è che il Parlamento europeo non ha ancora il potere politico fondamentale, che è il potere di iniziativa legislativa, un potere sul quale nella storia si sono fondati i Parlamenti. Ma la ”cifra” politica sta crescendo. Un esempio. Un’idea che non è tecnica ma politica, un’idea che è europea per eccellenza, l’idea degli Eurobond, non è stata sentita e anzi è stata ostacolata dalla tecnocrazia, ma all’opposto è sentita e con intensità crescente dal Parlamento europeo. La mia opinione è che nel durante di una crisi economica come questa - e per inciso ripeto che abbiamo evitato l’Apocalisse ma non abbiamo ancora superato la crisi - il nuovo assetto di potere europeo è migliore del vecchio macchinismo. Naturalmente non può essere un punto di arrivo, ma piuttosto un solido punto di partenza per il rafforzamento dell’Europa».

Torniamo all’Italia. Dario Franceschini ha impostato buona parte della campagna elettorale del Pd sull’asse dei valori, della necessità di una ritrovata etica nella politica. Il riferimento neanche tanto velato è agli atteggiamenti del premier. Cosa risponde?
«Che l’ideologia non può essere sostituita tout court dall’etica. Il ”partito dei valori” è un errore politico. I valori etici sono fondamentali ma individuali: se hanno una dimensione collettiva questa è più profondamente espressa e rappresentata nella dimensione religiosa. La vecchia Dc aveva valori collettivi ma non erano valori etici: erano la libertà, la proprietà, la democrazia. I valori collettivi non sono la somma dei valori etici individuali: l’etica individuale è fondamentale ma è una cosa diversa dall’etica collettiva. L’idea del partito etico non è un’idea politica positiva. E in ogni caso, sull’etica dei politici sarebbe bene rileggere e ritrovarsi nella profonda saggezza civile di Benedetto Croce».

Lei sembra snocciolare una sorta di De Profundis per la sinistra. Sicuro che finirà così? E se fosse, che futuro si prospetta per questa Lega appenninica, come la definisce lei?
«Difficile da dire. E comunque non è il mio compito principale. Posso solo formulare delle ipotesi. Primo: l’esperienza del governo Prodi ha somministrato agli italiani la prova provata della non sommabilità dei voti a sinistra, neppure se organizzata sul presupposto unificante della lotta contro il nemico-male. Troppo vasto e variegato essendo l’arco che va dalla sinistra-sinistra verso il centro e viceversa. Secondo: può essere tranquillamente escluso l’arrivo del mitico ”esercito di riserva”. L’ipotesi del voto politico agli immigrati non pare iscritta nella attualità probabile. Terzo: non c’è stato e non ci sarà un cedimento strutturale della società e dell’economia italiana prodotti dalla crisi economica. L’Italia sta dimostrando un altro grado di resilienza. Abbiamo ottomila comuni e nessuna metropoli circondata dall’anello infernale di periferie in rivolta, attuale o potenziale. E’ la geografia che fa la politica. Lo stato sociale italiano è basato su due solidi pilastri: l’Inps e la famiglia. Abbiamo una struttura produttiva articolata in almeno cento distretti industriali, con una vitalità e una flessibilità straordinaria. Il debito pubblico è enorme ma sommato in somma algebrica con l’altrettanto enorme risparmio privato, ci mette in linea con Francia e Germania. L’assetto di governo non è solo forte e stabile ma ha anche evitato gli errori fatti in altri Paesi, dove l’eccesso di illusioni ha creato delusioni. Ci siamo concentrati su tre obiettivi: la tenuta dei conti pubblici, certificata in Europa; la coesione sociale (la riserva per gli ammortizzatori sociali è ancora integra e potrà comunque essere incrementata), e poi la conservazione delle strutture industriali rafforzando il canale del credito alle imprese. Le elezioni proveranno che questa è stata la politica che gli italiani hanno sentito e sentono come giusta. Le crisi sono funzionano come ascensori politici: se le gestisci male ti portano giù, se le gestisci bene ti portano su. Anche per questo le prossime elezioni saranno una verifica sulle scelte fatte dal governo».

Scommetto che c’è anche un quarto punto...
«Sì, è così che arriviamo all’alternativa che dopo le elezioni si apre per la sinistra. Delle due l’una: la sinistra può ereditare la posizione che per decenni è stata propria del Partito comunista, una funzione democratica fondamentale ma fissata nella logica di una opposizione che non può diventare governo, neppure se si apre ad indipendenti di sinistra questa volta provenienti dall’area cattolica. L’altra ipotesi in alternativa è dell’opposizione che si candida a diventare governo, espandendosi sui grandi numeri. E’ una ipotesi che non è nella storia e nella geografia dell’Italia. Un Paese che sul voto ha una storica fissità corrispondente alla geografia degli ottomila comuni dove voti come votava tuo padre, senza grandi metropoli che intercettano il mito del cambiamento. Non per caso prima ma anche dopo il big bang del ’93-’94 i differenziali politici non li ha fatti il voto degli elettori essenzialmente statico; li hanno fatti le alleanze o le astensioni. Quello che cerco di dire è che archiviato il caso impossibile del governo Prodi, questo è un Paese fondamentalmente di centro-destra che non offre grandi margini per un governo di sinistra».

Il Pd ha giocato, tra le altre, una carta di forte impatto, anche emotivo: troppi voti a Berlusconi rischiano di compromettere l’assetto e la qualità della democrazia italiana...
«La democrazia non è solo un sondaggio: è anche un voto continuo, ed in Italia le votazioni si succedono a cadenze ravvicinate. Si critica l’assetto del Pdl? Io non sono sicuro che la forma politica esclusiva della democrazia sia quella rappresentata dal vecchio partito ideologico, in un mondo senza masse e senza ideologie. In un mondo in cui l’individualità sostituisce la massa e il web funziona da vivo, comune connettore. Non vedo pericolo per la democrazia nel fatto che l’ideologia sia sostituta dalla leadership e che la leadership sia fatta anche da immagini e simboli. Finchè c’è l’articolo 1 della Costituzione per cui la sovranità appartiene al popolo, finchè si vota, non c’è pericolo per la democrazia. Quello del pericolo per la democrazia è un argomento non solo debole ma falso».