Giulio Tremonti



Rassegna Stampa

- Panorama

La scommessa del superministro

“Ma quale ministro forte! Quella che qualcuno vorrebbe attribuirmi è un’immagine falsa”. Giulio Tremonti veste i panni, per lui inconsueti, della modestia.

Le nomine all’Enel, all’Eni e alle Poste, glia attacchi dell’opposizione sui conti pubblici e le tasse l’hanno sospinto al centro del palcoscenico. Ma il superministro dell’Economia, 55 anni, lombardo di Sondrio e anglofilo, non sembra preoccuparsene troppo. Ribatte punto per punto, alla sua maniera. E in questa intervista a Panorama, rilasciata martedì 21 maggio nel suo studio al Tesoro, protetto dalla fotografia di Carlo Azeglio Ciampi e da quella di Gianantonio Micheli, suo maestro di diritto, Tremonti racconta i rapporti con Umberto Bossi e Gianfranco Fini, l’asse con la Confindustria, il lavoro con la Banca d’Italia di Antonio Fazio, la prospettiva dell’allargamento dell’Europa a Est. E la sua profonda delusione nei confronti di una sinistra che, sostiene, “dopo cento anni non è più la locomotiva della politica: è il vacuum, il vuoto”.
Eppure, vuota o no la sinistra ve la ritroverete davanti. Quale prevede che possa essere il vostro avversario?
Difficile fare previsioni nel vuoto.
Allude ai candidati a Palazzo Chigi?
No, in ogni senso. Due esempi concreti. Massimo D’Alema, presidente dei Ds e figlio perfetto del partito, in aula prende la parola per discutere del collegio sindacale della Società Infrastrutture spa. Dalla governance mondiale alla governance di una società strumentale: un crollo verticale. Secondo esempio: al primo voto sull’immigrazione, i parlamentari di sinistra mettono al braccio una banda bianca. Un segno, credo, di lutto orientale. È un estetismo elitario, indecifrabile per l’elettorato popolare. È come se Avanti popolo fosse stata scritta in inglese e non in italiano.
Con questo dove vuole arrivare, ministro?
Voglio dire che, dopo 10 anni, siamo al vuoto della politica della sinistra. Attenti: non è la fine di un normale ciclo, ma qualcosa di più. Siamo a un vacuum epocale. Ed è un problema anche per il governo.
Secondo lei, per colpa dell’opposizione questo governo è più debole di quanto potrebbe essere?
Non credo al paradosso dialettico secondo il quale l’opposizione forte fa il governo forte. Ma il solo fatto dell’assenza di opposizione non basta a facilitare il governo. Bisogna tenere conto di una deriva storica: pensi al buco di bilancio lasciato dagli ultimi due anni di centrosinistra. Contano fattori esterni: pensi alle stragi dell’11 settembre. E pesano fatti storici, come il massimalismo sindacale.
Si sente un po’ gli occhi addosso, vedendosi additato come l’uomo forte del governo, dopo Silvio Berlusconi?
Figuriamoci! Io sono un ministro costretto ad andare in giro con lo scudo.
Quale scudo?
Lo scudo di Meissen. Qualche anno fa, l’allora ministro del Tesoro tedesco, Theo Waigel, mi regalò la ceramica col leone che è il simbolo della cittadina di Meissen: un leone con lo scudo. Ecco, mi disse, questo è l’emblema dei ministri del Tesoro che debbono difendersi dagli attacchi. È così in tutto il mondo: la stessa cosa me l’ha detta anche il ministro dell’Economia cinese.
Non vuole che la considerino un ministro forte?
Non è questo. Semplicemente, rifiuto un’etichetta che non corrisponde alla realtà.  Vede, esiste un’oggettiva magnitudine di questo ministero: tra Finanze e Tesoro, società ed enti controllati, ha alle proprie dipendenze circa 700 mila persone. Ma non corrisponde a una forza politica. Questo è un posto che assicura responsabilità ed esposizione, non produce potere e consensi.
Lei saprà che già qualcuno ipotizza che, se le cose non andassero bene in economia, il capro espiatorio sarebbe proprio il ministro Tremonti.
L’obiettivo della crescita era responsabilità politica del governo soltanto nell’Urss. L’economia globale e liberale fluttua su onde internazionali. L’azione dei governi locali è addizionale e, comunque, collettiva. Questa, per la verità, è una costante. Quando il Re Sole chiede al proprio ministro dell’Economia: “Donnez moi de la bonne finance”, il ministro risponde: “Donnez moi de la bonne politique”. La nostra politica economica si basa, tra l’altro, su un mix di rigore e di contenimento della spesa pubblica. E quest’ultima, in particolare, presuppone necessariamente la responsabilità di tutti i ministri.
L’opposizione dice: Tremonti non fa la manovra correttiva ora ma rischia di doverla fare tra un po’, più salata.
L’opposizione sbaglia. Se lo scostamento dell’obiettivo europeo dipende dal rallentamento economico, scattano come tolleranza gli stabilizzatori automatici. L’opposizione chiede una manovra che l’Europa esclude. Tra l’altro, questa ossessione della sinistra per la manovra non è solo tecnicamente sbagliata, ma politicamente suicida. Di solito le opposizioni chiedono più spesa pubblica. L’élite di governo della sinistra, invece, è così di governo che “pensa governo” senza più essere al governo.
Comunque, la Commissione europea ha lanciato un segnale di allarme sui conti.
Ritengo la parola “allarme” anacronistica. E poi, i segnali non sono soltanto sui nostri ma anche su quelli di altri grandi paesi. Ma si tratta di una dialettica fisiologica fra la Commissione e i paesi dell’Unione.
Come sono i rapporti col governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio?
I miei rapporti con Fazio sono ottimi sul piano personale, corretti su quello istituzionale. E ognuno di noi fa il proprio mestiere.
L’asse di ferro con la Confindustria regge sempre?
Non so se è un’asse, né so se è di ferro. Ma il rapporto fra il governo e la Confindustria rimane, come dire, molto invariato.
Antonio D’Amato si è indebolito, nello scontro col sindacato sull’articolo 18?
Non mi pare proprio.
Alla fine il governo interverrà per aiutare la Fiat in crisi?
La Fiat rappresenta pur sempre quasi il 4 per cento del prodotto interno lordo italiano. È un caso che interessa il Paese e, nei limiti istituzionali, anche il governo. Ma è presto per fare previsioni.
Che risponde a quanti la accusano di esprimere i valori di una Alleanza del Nord, in coppia con Umberto Bossi e in competizione con Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini?
Rispondo che, sotto la leadership di Berlusconi, la Casa delle libertà ha vinto a Nord e a Sud. E dunque, questa contrapposizione non esiste. E poi, per me il Nord è forte se il Sud è forte e il Centro è meno Centro. Insomma, Tremonti versus Fini non lo vedo proprio. Ci sono caratteri e visioni diversi, ma non grandi disomogeneità.
Da che cosa nasce, secondo lei, l’immagine di un Tremonti capo della Lega insieme a Bossi?
Da qualcuno che non conosce la Lega e non conosce Bossi. La Lega è Bossi e viceversa. Detto questo, insieme abbiamo prefigurato un cambiamento strutturale in Europa, che si sta manifestando. A Bossi mi lega un’intuizione culturale, non strumentale. Scrissi sulla fine dello stato-nazione dell’89, sul Corriere della sera.
Ed è stato fra i primi a puntare il dito sulle incognite dell’allargamento a Est dell’Unione Europea. Pentito?
Veramente, quando lo dissi, dopo le elezioni di un anno fa e prima di diventare ministro, fui aggredito. Poi ho visto che le stesse cose sono state scritte nel dicembre scorso su Le Monde dal mio amico Laurent Fabius, allora ministro dell’Economia francese. Il tema c’è ed è tremendamente complesso. Mi pare che intanto sia scomparsa l’ipotesi del big bang, dell’operazione istantanea e globale.
Pensa che l’allargamento dovrebbe essere sottoposto a referendum popolare nel paesi dell’Unione Europea?
Prima bisogna identificare le ipotesi di allargamento, e poi si può discutere di referendum. Altrimenti, la discussione non avrebbe senso.