Giulio Tremonti



Rassegna Stampa

- Corriere della Sera

«L'economia ormai è in una trincea. La Finanziaria è di protezione sociale»

Tremonti: senza ripresa dovremo pensare a un «new deal» all' europea Riforma delle pensioni? Andava fatta prima, ora non ci sono le condizioni Soprattutto per il Mezzogiorno le urgenze e le emergenze provengono dall' allargamento dell' Unione europea ai nuovi partner dell' Est Non c' è solo l' attività sommersa, ma anche quella grigia, ovvero quella esterna delle imprese italiane nei Balcani, una ricchezza per il Paese.

Dai successi estivi - la reinterpretazione del Patto di stabilità imposta a Bruxelles da una pattuglia di ministri europei guidata proprio da Giulio Tremonti o il Wall Street Journal che in agosto lo incoronava «grande riformista europeo» - fino al duro impatto della crisi autunnale - una congiuntura pessima e il varo di una finanziaria severa che ha provocato malumori e rivolte nella maggioranza - il ministro dell' Economia si è ritrovato all' improvviso su un piano pericolosamente inclinato. Per alcune settimane la dura opposizione degli industriali al decreto fiscale che riduce le agevolazioni (Dit e Superdit) alle imprese e lo scontro con alcune componenti della maggioranza lo avevano messo in seria difficoltà. Negli ultimi giorni, però, è riuscito a ricucire un rapporto con la Confindustria concordando alcuni emendamenti al decreto fiscale e dicendosi pronto a riscrivere la parte della legge Finanziaria per il 2003 che limita alcuni incentivi per il Mezzogiorno. I suoi avversari, soprattutto i postdemocristiani dell' Udc, leggono nella decisione della coalizione di concordare un unico maxiemendamento alla Finanziaria, un mezzo commissariamento del superministro. In realtà non solo il suo più fedele alleato - il leader leghista Bossi - ma anche il vicepremier Fini e lo stesso Berlusconi hanno fatto quadrato attorno a Tremonti, tanto che i postdemocristiani hanno deciso di risparmiare le munizioni ed ora ipotizzano una resa dei conti in primavera. Dicono che continuate a fare previsioni troppo ottimistiche, che l' economia l' anno prossimo non potrà crescere del 2,3 per cento. Del resto anche il Governatore Fazio è preoccupato. E se già in primavera emergerà un maggior deficit, se dovrete intervenire con una manovra aggiuntiva, dovrà prepararsi a nuovi attacchi. «In queste settimane non ho mai fatto polemiche, non ho risposto. L' ultima mia intervista su temi economici risale all' inizio di luglio, quando parlai col Financial Times. Torno a farlo ora col Corriere perché mi sembra utile chiarire che alcune importanti riforme sono state avviate, che questa è una finanziaria assai efficace sotto il profilo della protezione sociale e che non ci saranno "stangate" di primavera. Chi parla di manovra aggiuntiva innescata da una minor crescita dell' economia ha capito poco di come funziona il Patto di stabilità che, benché rigido, contiene anche alcune parti intelligentemente flessibili. O non hanno letto il Patto o, per dirla con le parole consegnate da Prodi a Le Monde, lo hanno fatto con un elevato grado di stupidità. L' eventuale deficit di entrate causato da minor crescita non solo non deve essere coperto, ma l' Europa sconsiglia di coprirlo. Punto e basta». Eppure sono in molti a temere che in corso d' anno si renderà necessario un altro intervento. Del resto quello che è successo nei mesi scorsi, con la repentina correzione di rotta e il varo di una finanziaria assai più «stretta» di quanto annunciato, dovrebbe spingerla ad essere meno perentorio. «Il governo non è un centro studi, le sue previsioni rispecchiano il lavoro che in questo campo si fa con gli altri partner europei. I numeri italiani sono sempre stati in linea con quelli europei. In realtà in Italia quando si parla di conti pubblici è un po' come quando si parla della formazione della Nazionale. I conti italiani sono stati approvati dall' Ecofin l' anno scorso e contiamo che siano approvati anche quest' anno. Quanto all' accusa, che sento ripetere da alcuni, di aver espresso valutazioni troppo ottimistiche, le ricordo che la mia prima esperienza internazionale con questo governo, il G-7 di Roma nel 2001, si chiuse con un comunicato approvato da tutti i grandi dell' economia ancora basato su di un alto tasso di ottimismo. Dopo l' 11 settembre ci riunimmo di nuovo in emergenza a Washington. Prendemmo atto che con l' attacco alle Torri Gemelle era finito un ciclo storico e ne iniziava uno nuovo caratterizzato da una cifra di incertezza che si sarebbe estesa dai flussi commerciali e turistici giù in profondo ai comportamenti, alla visione, alla fiducia dei cittadini dell' Occidente». Nonostante ciò avete continuato con i messaggi di ottimismo. «Decidemmo che la scelta migliore fosse quella di fare politiche normali in una fase anormale. E questo di per sé sarebbe stato giusto e straordinariamente positivo. Ogni Paese ha poi declinato a suo modo questa politica, ma tutti hanno fatto così e mi pare che i fatti ci hanno dato ragione, abbiamo contenuto quanto più possibile i traumi». I fatti indicano che il deficit è tornato a crescere - non solo in Italia, è vero - e che la finanziaria «senza tagli» annunciata prima dell' estate, a settembre ha dovuto inglobare una manovra da 20 miliardi di euro che ha fatto arrabbiare anche gli interlocutori - dall' industria agli enti locali - che si erano mostrati più disponibili col governo. «La verità è che abbiamo attraversato senza gravi danni un periodo di straordinarie difficoltà economiche: dagli oneri prodotti dal ciclo elettorale della spesa deliberato dal precedente governo...». Ricominciamo con la polemica sul buco dell' Ulivo... «Lasciamo stare le polemiche, un ciclo di spesa elettorale più o meno pesante si è verificato in ogni Paese, prima del voto. Però costa; e il prezzo lo paga chi viene dopo. Guardi la polemica sul «buco elettorale» che è venuta subito dopo di noi in Portogallo, in Francia, in Germania. Poi sono venuti in serie: l' 11 settembre, il crollo dell' economia argentina che ha scavato un buco pari all' 1 per cento del reddito nazionale nelle tasche dei risparmiatori italiani, la crisi mondiale della Borsa, l' euro che ha fortemente confuso il mercato, la crisi dell' auto che si sovrappone ora ai rischi di una nuova guerra in Medio Oriente. In una situazione economica pesantissima come questa altri avrebbero aumentato le tasse, noi invece abbiamo aumentato le pensioni l' anno scorso e quest' anno da una parte garantiamo tutte le prestazioni sociali, dall' altra riduciamo le imposte: Irpef, la più grande riduzione della storia di questa imposta, due punti di Irpeg, un primo abbattimento dell' Irap». Una finanziaria che assicura l' esistente è una finanziaria di galleggiamento. La crisi non può essere l' alibi per rinviare le riforme strutturali. Nessuno vuole togliere soldi ai pensionati, ma una riforma della previdenza che in futuro riduca alcuni trattamenti privilegiati sarebbe preziosa. «Le grandi riforme non si fanno con la legge di bilancio che da noi si chiama finanziaria. In ogni caso le riforme sono partite. L' Europa ce ne chiede tre: mercato del lavoro, Fisco e previdenza. Se legge i documenti dei consigli Ue, queste sono le richieste e questo è l' ordine delle priorità. Sul mercato del lavoro noi chiuderemo a dicembre una riforma che è la più avanzata in Europa negli ultimi anni». Veramente molti firmatari affermano che il Patto per l' Italia non è mai decollato. Le norme attuative sono ancora in Parlamento. Quelle relative all' articolo 18 (licenziamenti) non sono ancora nemmeno state scritte e non lo saranno fino alla prossima primavera. «A prescindere dall' articolo 18, la riforma - che è in pratica l' attuazione del libro bianco di Marco Biagi - è di portata enorme: mentre la Francia è ancora alle prese con le 35 ore e la Germania ha le sue rigidità, noi cambiamo collocamento, part-time, e moltissimo ancora. Ripeto, questo blocco legislativo verrà fuori entro l' anno. L' altra grande riforma, quella fiscale, trova nella finanziaria l' attuazione del suo primo modulo, con una particolare attenzione alla tutela sociale e ai redditi medio-bassi. Non capisco in base a quale strano "meccano mentale" si possa sostenere che siamo in ritardo. Cambiare, in democrazia, non può essere un processo istantaneo». Gli slogan preelettorali sulle riforme «prêt-à-porter» e il mondo da cambiare in cento giorni non li hanno inventati i giornali. Comunque il Polo aveva promesso ai contribuenti di abbassare soprattutto le aliquote Irpef di fascia alta, le più esose. Invece ora viene dato tutto ai redditi inferiori. «Ci occuperemo anche di questo. Adesso era importante tutelare i redditi bassi, anche come garanzia per i ceti che si sentono più toccati dalla liberalizzazione del mercato del lavoro». E la terza riforma? La legge sulla previdenza è ferma da dieci mesi in Parlamento. E non è nemmeno una vera riforma, non taglia i costi di lungo periodo del sistema. «Gli ultimi documenti della Commissione europea e della stessa Banca centrale europea affermano che gli anni buoni, quelli in cui le favorevoli condizioni economiche avrebbero reso possibile una riforma non indolore, erano il 1999 e il 2000. Certe riforme strutturali si fanno con un' economia che va bene e il consenso delle parti sociali. Stop». Se la malattia c' è va affrontata. Non la si può ignorare solo perché sarebbe stato più facile curarla nel 2000. Del resto lo chiedono a gran voce istituzioni di grande credibilità, dalla Banca d' Italia al Fondo monetario. «La mia geografia politica è semplice, i punti fondamentali sono tre: il Parlamento italiano, il Consiglio dei ministri economici della Ue (Ecofin) e la Banca centrale europea. Io rispondo a questi. E comunque le ripeto: un problema, anche legato alla struttura demografica si porrà, ma di intervenire a freddo, in un ciclo economico negativo, non mi sembra opportuno. Provocheremmo solo ansia sociale e una serie di effetti, anche economici, negativi, peggiorando e non migliorando la situazione». Previdenza a parte, è davvero sicuro che da qui a cinque mesi non dovrà mettere mano alle forbici? I suoi detrattori pensano che la trimestrale di cassa di marzo possa essere la sua Waterloo. Il governo, dopo aver a lungo creduto ad un 2002 con una crescita dell' economia superiore al 2 per cento alla fine ha dovuto dare ragione agli analisti che già da mesi avvertivano che il dato reale sarebbe stato tra 0,5 e 0,6. Per il 2003 rischiamo lo stesso teatrino col governo fermo su un 2,3 per cento che appare già irrealistico a molti centri compreso l' Isae, l' Istituto di analisi che fa capo al suo stesso ministero. «Manovre aggiuntive, come le dicevo all' inizio, non ce ne saranno. Prima di spiegarle il perché voglio però ribadire che il governo non si è abbandonato ad alcun erroneo ottimismo. Ci siamo sempre attenuti, come le ho appena spiegato, alle previsioni medie europee ottenendone l' approvazione in Europa. Nel novembre 2001 sul 2002, nel programma di stabilità italiano, come gli altri in Europa, avevamo previsto crescita 2,3 ma anche 1,2. Dove sta l' ottimismo? Questi sono i numeri ufficiali del governo, responsabili e prudenziali. Il resto è solo polemica. Per il 2003 abbiamo messo in finanziaria il numero medio europeo: 2,3. Se la crescita sarà inferiore, nessun problema per i conti pubblici, perché opereranno gli «stabilizzatori automatici» che escludono, anzi sconsigliano, manovre aggiuntive». Ma se ne ha parlato perfino Berlusconi, sia pure come di un' ipotesi che spera di veder scongiurata... Ma no, chissà cosa gli hanno chiesto... Ripeto, la manovra non ci sarà». Lei ha tagliato all' improvviso per decreto le agevolazioni fiscali alle imprese che investono. La rivolta degli industriali l' ha poi spinta a concordare un emendamento che ripristina almeno in parte il meccanismo appena cancellato. Non era meglio evitare il blitz? «L' intervento è stato necessario perché, se a luglio le altre entrate fiscali tenevano, nonostante la criticità dell' economia, l' Irpeg crollava a picco per conto suo. Moltissime imprese pagano tantissime imposte, altre molto meno della media europea. L' intervento è stato necessario, non l' avrei voluto fare, l' ho dovuto fare, e anche questo è un costo che si paga quando si governa. Adesso abbiamo trovato un equilibrio. La protesta è stata comprensibile per la tempistica, più che per la quantità: il massimo della reazione si è avuto da un gruppo che pagava il 19%, quando un operaio medio è al 27% e un padroncino può arrivare al 60%». E il Sud? «Abbiamo sempre lavorato e stiamo lavorando a una soluzione giusta. Mentre si sviluppavano le polemiche noi pensavamo alle urgenze e alle emergenze che, soprattutto per il Sud, vengono dall' allargamento della Ue verso l' Est». Nei loro discorsi i ministri non dimenticano mai di inneggiare alla ripresa ormai imminente. Ci credete davvero o è solo una scelta di politica della comunicazione? Antonio Fazio, che pure un anno e mezzo fa considerava possibile un nuovo miracolo economico, teme che il nostro sistema sia entrato in una fase di declino causato dall' assenza di grandi gruppi, mentre l' Italia ha ormai abbandonato molti settori di punta. «Non le rispondo da ministro. Le serie statistiche evidenziano da anni un crescente deficit di competitività non solo dell' Italia, ma anche di altri Paesi europei. Una nota positiva e una negativa. Le statistiche calcolano il «prodotto interno lordo». Nella parola interno c' è un limite: un metodo di calcolo stabilito prima della nuova esplosiva internazionalizzazione dell' economia italiana. Come c' è un «nero» interno parzialmente calcolato nel Pil, così c' è un «grigio» esterno quasi completamente ignorato dal Pil, che appunto è solo interno. L' esplosione delle imprese italiane a Est del Nord-Est, passando dall' area danubiana per arrivare oltre, non è calcolato nel fatturato e nel patrimonio delle imprese italiane, ma è pur sempre espressione di ricchezza italiana, mobilizzato da mani e cervelli italiani. E' difficile calcolarlo, ma è sbagliato ignorarlo. Poi la nota negativa: non solo le imprese italiane risentono di una crisi dimensionale, generazionale e di innovazione, ma tutte le imprese europee risentono negativamente e su scala crescente di una competizione asimmetrica e perdente con tutti i Paesi emergenti. Noi facciamo i prodotti e sosteniamo il costo, ma sosteniamo anche il costo dei diritti che ci siamo insieme garantiti e imposti, dalla sicurezza sociale alla 626 (la normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, ndr). I concorrenti orientali fanno i prodotti senza i diritti. E così ci spiazzano. Sulla dialettica prodotti-diritti si gioca il futuro dell' Europa. La Commissione europea dovrà occuparsi della materia». L' Europa riuscirà a risollevarsi dal periodo di stagnazione? «O arriva la ripresa oppure credo che dovremo arrivare ad un new deal a livello europeo». Cioè un piano europeo di investimenti in opere pubbliche sollecitati dai governi e finanziati al di fuori dei vincoli di bilancio? «Non dico una parola di più». Ne parlerete all' Ecofin di inizio novembre? «Non credo».