Giulio Tremonti



Rassegna Stampa

- Il Giornale

Devolution, vi spiego il piano del governo

Insegna a Oxford e ha conservato anche in politca la passione pedagogica. È il ministro-professore per eccellenza, ma ha costruito un’imprevedibile amicizia d’acciaiocon il «popolano» Umberto Bossi, alterna gli incontri con i vertici dell’alta finanza aalle scampagnate in bicicletta con il Senatùr. Tra una pedalata e l’altra, discutendo di inflazione, pare sia nata l’idea: «Umberto, bisogna fare la banconota da un euro». Sorprese tutti con la perfomance in diretta al Tg1 – con tanto di lavagnetta – per illustrare il buco di bilancio ereditato dal centrosinistra. Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, passa un fronte all’altro: prima la Finanziaria, ora la Devolution.

Ministro Tremonti, contro la Devolution sono partiti gli appelli ai «custodi della Costituzione». Ma in realtà la riforma federale dello Stato ha origini antiche. Come nasce e da dove prende spunto il progetto della maggioranza? «La formula politica viene elaborata tra il dicembre 1999 e il gennaio del 2000, in questo contesto si pone il problema di come modificare la Costituzione. È possibile modificarla da soli? È possibile cambiarla con un voto di maggioranza o bisogna arrivare al voto bipartisan?».

Quale fu la risposta? E quale fu la fonte per decidere il percorso da seguire? «Fu una scoperta straordinaria: la risposta si trovava direttamente nella Costituzione del 1948. All’articolo 17, primo comma, c’era l’elenco delle competenze regionali poi, in un inciso assai poco considerato, disponeva: “altre materie indicate da leggi costituzionali”. Materia che la vecchia costituzione prevedeva dunque che potevano essere aggiunte. Esattamente, alla lettera, la meccanica costituzionale della devoluzione».

Che significato politico ha questa norma? «Un significato politico insieme molto forte e molto semplice: la devoluzione era ed è nella Costituzione a partire dal 1948. Farla non vuol dire stravolgere, modificare, riformare la Costituzione, ma l’esatto opposto: applicarla. Perché la Costituzione del ’48 era molto meno centralista di quanto cinquant’anni di cultura politica, di partiti, di potere, abbiano fatto credere. Ripeto, questa fu una scoperta straordinaria, nessuno ci aveva pensato. A questo punto era chiaro che per fare la devoluzione serviva una legge costituzionale, ma non una legge di riforma della Costituzione. Pe questo non era necessario un provvedimento “bipartisan”. A quell’altezza di tempo nessuno immaginava cosa sarebbe successo appena qualche mese dopo con il Titolo V, quando la sinistra avrebbe modificato una parte enorme della Costituzione superando mezzo secolo di prassi costituzionale. Va notato, inoltre, che nella sua formulazione la devoluzione non è neanche l’aggiunta di altre materie, ma è l’indicazione di una forma diversa di utilizzo di materia già costituzionalmente elencate nell’articolo 17».

Tanto rumore per nulla? Piovono critiche da Fassino, D’Alema, da tutto il centrosinistra, da pezzi di istituzioni, dagli ambienti che esprimono il pensiero del politically correct. E Rutelli ha pure coniato un nuovo slogan: «dissolution». «Non solo la devoluzione era nella Costituzione, ma era anche all’interno di una riflessione politica più intensa e certamente non eversiva dello Stato nazione. All’opposto, una riflessione dello Stato nazione. Il devolution act inglese inizia così: “Il Regno Unito per restare unito devolve competenze ai territori di Scozia e Galles”. È una riflessione politica che si sta sviluppando in tutto l’Occidente. Lo Stato nazione così riorganizzato – anzi proprio perché così riorganizzato e concentrato sull’essenziale e rafforzato – deve sopravvivere una ragione democratica fondamentale, perché si identifica con la democrazia parlamentare. Conosciamo Stati senza democrazia, ma ancora non conosciamo la democrazia senza gli Stati. Devoluzione come formula di riorganizzazione dello Stato nazione e Stato nazione come contenitore della democrazia parlamente sono perfettamente coerenti. Dissolution... se mancava, è la prova del fatto che l’onorevole Rutelli ha una perfetta conoscenza della lingua inglese».

Sono giunte critiche anche dal basso. Da alcuni governatori delle Regioni, anche di centrodestra, per esempio. «Come abbiamo già notato, la formula politica della devoluzione viene elaborata tra la fine del 1999 e il principio del 2000. Nel febbraio 2000 diventa la base del programma elettorale delle regionali, un programma su cui sono stati eletti i nostri presidenti. Tanto del Sud quanto del Nord. Questo è un promemoria».

Si obietta che prima c’è da discutere la riforma del Titolo V della Costituzione. «Il Titolo V deriva evidentemente dalla bicamerale, ne è un sottoprodotto. È l’operazione fatta da D’Alema non per fare il federalismo ma per tentare di vincere le elezioni. L’elaborazione post bicamerale del titolo V non è un’operazione federalista ma un’operazione trasformista. È il tentativo della sinistra di fare l’alleanza con la Lega. Che fosse un’operazione fallimentare è evidente perché del federalismo avrebbe avuto la forma, ma né la sostanza né tantomeno l’anima».

Perché la sinistra non è riuscita ad arrivare a un’alleanza con la Lega? «Troppe differenze: dall’Europa, alla globalizzazione, fino alla visione mondialista. La sinistra era clintoniana, era alla ricerca della terza via, sognava l’Ulivo mondiale. Una verifica empirica sulle diferenze tra sinistra e Lega: un tema politico fondamentale in Europa come quello dell’immigrazione. La raison d’etre di quell’operazione non era fare il federalismo ma fare del trasformismo. La dissoluzione dello Stato la voleva il clintonismo, quella che a sinistra chiamavano Terza via».

È per ragioni tattiche che quella riforma fu varata poco prima delle elezioni? «Non solo fu fatta a ridosso della campagna elettorale, ma fu concepita come uno spot elettorale. Non c’è stata mai nella recente storia costituzionale europea una modifica fatta in campagna elettorale e per la campagna elettorale».

La riforma votata dall’Ulivo è una profonda revisione dello Stato. Ma all’epoca nessuno mosse obiezioni apocalittiche. Perché? «Il titolo V è una modifica radicale del testo costituzionale. Dal ruolo del Parlamento alla gerarchia delle fonti, dai rapporti internazionali al bilancio dello Stato. La cifra politica del titolo V è altissima e passa dentro tutta la Costituzione. Gente di pochi scrupoli ha deciso che per fare questo andava benissimo l’articolo 138 della Costituzione. E non ci alcuno scrupolo nell’usarlo. Brutto, ma un precedente decisivo».

Si potrebbe obiettare che è stato promosso anche un referendum... «Il referendum è stata la vittoria del Generale Assenteismo. E non cerchino di negarlo conteggiando il consenso informale delle Regioni. Perché della Costituzione o si applica la forma o si avvia un processo politico pericolosissimo. Per mascherare il fallimento politico del referendum hanno tirato in ballo i più “vasti consensi”, fuori dalla lettera della Costituzione. È così che si imbocca un percorso pericolosissimo ed eversivo».

Il varo del titolo V però andò avanti spedito. «L’operazione del titolo V fu ampiamente promossa e coperta. Nonostante queste caratteristiche. Io ricordo che in bicamerale il mio primo intervento fu questo: signori, abbiamo l’alternativa tra due ipotesi, Costituzione invariata con Bassanini attuata, ovvero il federalismo. Il federalismo post-bicamerale con il titolo V cumula caoticamente le due ipotesi e così ora abbiamo un sistema che ha i difetti del primo senza avere i pregi del secondo. Ecco come è nato il caos. All’opposto, la devoluzione introduce un principio razionale che è quello delle competenze esclusive. Fermi i principi fondamentali: nella sanità i livelli essenziali di assistenza, nella scuola l’unitarietà dell’ordine degli studi».

Ma la riforma dell’Ulivo andrà riscritta o no? «È chiaro che bisogna modificare il titolo V. Può e va fatto un istante dopo che ès tata votata la devoluzione. Chi ha perso le elezioni non può condizionare – e per di più con i suoi errori – chi le elezioni le ha vinte».

Quanto costerà la devolution? «Zero, è una riforma a costo zero. I problemi finanziari si porranno – e dovranno trovare una soluzione – quando inizierà la discussione sul titolo V. Delle due l’una: o la sinistra ha fatto il titolo V con un altissimo livello di caos istituzionale, ma ssumendo che la parte sul federalismo fiscale restasse inattutata, oppure l’opposto, ma allora è chiaro che i problemi di federalismo fiscale non dipendono dalla devoluzione, che ripete in se è acosto zero, ma dal titolo V fatto dalla sinistra».

Quale sarà il modello di Stato? Quali i poteri delle Regioni? Con quale sistema elettorale voteranno gli italiani? «La proposta sul modello di Stato: vedo un presidenzialismo alla francese, perché apre uno spazio all’equilibrio nelle forze politiche della maggioranza tra presidente e capo del governo, con un’opzione nella distribuzione del potere. Il presidenzialismo, ricordo, è anche garanzia di unità del Paese. A fronte, il federalismo: le competenze nazionali al Parlamento nazionale; le competenze regionali esclusive alle Regioni; le competenze concorrenti che dovranno essere rimodulate) al Senato federale, che sarà il Senato attuale arricchito della componente regionale. Sulle competenze concorrenti le Regioni avranno il potere di formulare le proprie proposte, anche insieme. Del resto, è il titolo V che prevede organi regionali comuni. Fermo restando che il voto dovrà essere espresso nel Senato federale. Il sistema elettorale invece sarà proporzionale, potrebbe essere quello dei dati delle attuali regioni. Secondo me questo modello sintetizza tre idee politiche: il presidenzialismo, il federalismo e il sistema proporzionale come garanzia di normalità repubblicana».